Trasferire in digitale la propria raccolta di Lp è un’operazione laboriosa, che può essere agevolata da alcuni utili apparecchi.
ARGOMENTO COMPLESSO (?)
A qualcuno piangerà il cuore vedendo giacere inutilizzata la propria collezione di vecchi Lp. I dischi in vinile sono ormai un monumento alla memoria della defunta musica analogica. Prima i compact-disc e poi i file Mp3 hanno rapidamente reso obsoleti gli Lp. Ma ci sono buone notizie per chi non avesse perso la speranza di recuperare il prezioso contenuto dei propri vinili.
Il riversamento di musica dallo stereo al computer è un’operazione laboriosa e complicata. Esistono, però, alcuni apparecchi che, sfruttando le connessioni Usb, semplificano il trasferimento in digitale. Questi dispositivi fanno parte di un mercato di nicchia e non si trovano nei negozi; alcuni si possono ordinare per corrispondenza e altri via Internet (ma è difficile acquistare direttamente certi prodotti americani).
Il maggiore problema di collegamento è causato dal tipo di segnale in uscita dal mangiadischi, che è equalizzato e necessita di una “contro-equalizzazione”, altrimenti risulterebbe così basso da generare soltanto un brusìo. Per questo motivo non è possibile connettere direttamente giradischi e computer.
I dispositivi per trasferire gli Lp sul computer hanno un costo fra i 100 e i 200 euro e si suddividono in due tipologie: le interfacce di preamplificazione e i giradischi Usb. Entrambe le soluzioni forniscono un programma per la pulizia e la conversione delle tracce, prima di masterizzarle su cd o di trasferirle su un lettore Mp3.
Del primo tipo fa parte Phono PreAmp iVinyl di Terratec, una “scatoletta” dotata di due ingressi Rca (più una connessione massa) in entrata e di una presa Usb in uscita. Una soluzione analoga è fornita da Instant Music di Ads Tech ma, a differenza della precedente, non è amplificata e va quindi collegata allo stereo, consentendo però la digitalizzazione di altre sorgenti audio, come le musicassette.
Della seconda tipologia – i giradischi Usb – fanno parte diversi prodotti (Ion Audio Turntable Usb, Soundmaster Usb, Lenco e Neonumeric) che hanno la caratteristica di avere una presa Usb per la connessione al computer (Mac o Windows) e di essere preamplificati. I risultati sono abbastanza soddisfacenti, ma certamente non paragonabili alla qualità di un cd originale. La procedura di acquisizione richiede tempo e un discreto spazio sul computer (200/250 MB per ogni facciata).


La ditta americana Ion, è particolarmente attiva in questo settore e ha realizzato un giradischi dotato di un attacco per iPod, per trasferire le canzoni direttamente sul lettore digitale Apple. A luglio uscirà addirittura un mangiadischi dotato di masterizzatore cd (ma dal sito non è possibile acquistare prodotti al di fuori degli Usa). Sul computer, i file delle canzoni rimangono al riparo da usura e deterioramento dei supporti, ma la digitalizzazione incide sulla profondità del suono analogico. Rassegniamoci, insomma, a perdere sempre qualcosa.
Tutti gli indirizzi utili su http://del.icio.us/blognuovimedia/giradischi_usb
ARGOMENTO SEMPLICE (?)
Per convertire del materiale audio su nastro in file digitale (o in compact disc), ecco una soluzione pratica e veloce, dalla coreana Bto: Plusdeck 2c è un lettore di cassette audio per computer Windows, che può essere installato in un vano da 5,25”. Nella confezione è incluso un software per gestire la conversione. Il distributore italiano è Pselion.
Il ritrovamento di un vecchio biglietto da visita riporta alla memoria alcuni ricordi di scuola e, con essi, la straordinaria evoluzione della stampa.
ARGOMENTO SEMPLICE (?)
Riordinando la scrivania è spuntato fuori un mio biglietto da visita, il primo e l’unico realizzato in tipografia, durante il primo anno di scuola grafica. Il cartoncino inizia a ingiallirsi; a occhio, dovrebbe essere stato composto in carattere Baskerville, corpo 6. La difficoltà principale dell’esercizio era causata dalle dimensioni dei minuscoli parallelepipedi in metallo riportanti le singole lettere, da pescare negli scomparti della “cassa Rossi” e da allineare sul compositoio.
Succede di ritrovare oggetti ai quali siano indissolubilmente legati dei precisi ricordi. Il biglietto da visita mi riporta indietro di una ventina d’anni, in un mondo affascinante e, per il ragazzino che ero allora, un po’ mistico e oscuro: il reparto di tipografia. Entrando, si era immediatamente aggrediti da odori e rumori forti: il ticchettio delle matrici delle linotype, il rumore delle macchine da stampa, lo sbuffo durante la fusione dei caratteri e l’odore pungente dei solventi per il grasso inchiostro tipografico. In mezzo a questa bolgia infernale, si muovevano strani individui in camice nero, custodi dei segreti dell’arte tipografica, capaci di espressioni serissime e concentrate davanti alle macchine, che si dissolvevano in fragorose risate nei momenti di pausa.
La stampa è rimasta sostanzialmente immutata nel corso dei suoi primi cinquecento anni di vita, con qualche innovazione meccanica, ma negli ultimi 30-40 anni sono avvenute profonde trasformazioni dovute all’introduzione della fotocomposizione (foto = luce) e dell’informatica nelle lavorazioni.
Così il passaggio al secondo anno di scuola prevedeva una piccola evoluzione nel cammino didattico. Nel nuovo reparto erano spariti i rumori, ma non gli odori, meno pungenti e più acri. Gli addetti avevano curiosamente cambiato colore di camice e di capelli, dal nero al bianco nel primo caso e viceversa nel secondo: i nuovi e più giovani operatori imbracciavano uno strano contenitore (il caricatore del materiale fotosensibile) in un continuo via-vai dalla camera oscura.
Nello sviluppo del percorso scolastico, arrivava infine il momento in cui si riusciva ad accedere a una sorta di sancta santorum, una zona del reparto di fotocomposizione dove erano allineati alcuni computer Macintosh, rigorosamente alfanumerici e senza mouse. L’unico istruttore sembrava il figlio dei suoi colleghi fotocompositori e il nipotino di quelli della tipografia, non portava alcun camice ed era in grado di digitare comandi sulla tastiera a una velocità sbalorditiva.
Terminata la scuola ed entrati nel mondo del lavoro si doveva ripartire quasi da zero: nuove apparecchiature e nuovi comandi da imparare perché ogni macchina fotocompositrice era un universo a sé, fino all’arrivo dei personal computer. Grazie al successo e all’enorme diffusione dei pc, si sono sviluppati i programmi attualmente utilizzati da grafici e stampatori, che hanno raggiunto una perfezione tale da permettere lavorazioni molto complesse che in precedenza necessitavano dell’intervento di decine di addetti.
Oggi non esistono più gli enormi reparti grafici di una volta; gli stampati nascono da anonimi uffici dotati di computer e stampanti. Il lavoro viene inviato direttamente ai centri stampa che, in poco tempo, sfornano tutte le copie necessarie. Ma in questo strabiliante progresso si è perso qualcosa di importante: la grande esperienza di tutti quei mitici personaggi in camice, capaci di svolgere solo alcune mansioni molto specifiche, ma in un modo assolutamente perfetto. Sono certo che quelle straordinarie figure, ritornate nella mia mente grazie all’ingiallito biglietto da visita, rivivono indelebilmente nei pensieri di chiunque abbia mai avuto il privilegio di entrare in una tipografia.
ARGOMENTO COMPLESSO (?)
Le informazioni di carattere personale hanno un grande valore in Internet e vanno salvaguardate. È bene conoscere i pericoli e le (poche) garanzie.
ARGOMENTO COMPLESSO (?)
«Siamo cresciuti nei nostri primi dieci anni di Internet pensando alla Rete come a una bacheca nell’atrio di un grande luogo pubblico. È forse ora di iniziare a convincersi che si tratta invece di una parte liberamente accessibile della nostra privatissima casa». L’ammissione di uno dei più acuti conoscitori della Rete, Massimo Mantellini, è un invito a prendere coscienza, senza facili allarmismi, di un problema virtuale ma reale: la privacy in Internet. I diritti in ambito digitale sono poco percepiti dagli utenti del Web che, purtroppo, ne comprendono l’importanza quando ormai è troppo tardi o solo nel momento in cui questi principi vengono violati.
I pericoli per la riservatezza dipendono principalmente dalla relativa facilità con cui i dati possono essere raccolti o intercettati attraverso
Alcune pericolose limitazioni all’esercizio dei propri diritti – privacy in testa – arrivano oltretutto da misure volte a proteggere altri principi, come quelle a tutela della proprietà intellettuale; addirittura si è giunti a promulgare leggi che immolano la riservatezza degli utenti sull’altare della sicurezza (un sacrificio inutile e dannoso).
Gli utenti della Rete devono imparare a salvaguardare la propria identità digitale, che tende – con il tempo e con l’uso sempre più intenso del Web – a dilatarsi in diversi ambiti. Un’attenzione particolare andrebbe dedicata all’utilizzo delle comunità sociali (i social network come Facebook o MySpace), oggi molto in voga tra i giovani, nei quali si inseriscono troppe informazioni personali o materiali che in futuro potrebbe causare qualche danno alla reputazione; questi dati sono di difficile – se non impossibile – cancellazione. Mettere troppe informazioni in Rete può avere delle ripercussioni negative, perché sono consultabili da chiunque.
La “net-reputation” è importante. Non va mai dimenticato che tutto ciò che è in Rete rimane e rende pubblica un’immagine, talvolta distorta, di noi. Il Garante per la privacy, Francesco Pizzetti, in occasione della Giornata europea della protezione dei dati personali (28 gennaio), ha messo in guardia i giovanissimi dai rischi di un uso sconsiderato dei network sociali: «fai attenzione a quell’informazione che rendi nota per fare invidia magari al tuo compagno di scuola perché, fra dieci o quindici anni, la stessa informazione potrà essere usata quando non vorresti più che fosse conosciuta».
Lo stesso Garante ha emanato di recente una direttiva per imporre ai fornitori di accesso alla Rete la cancellazione dei contenuti di traffico, che non possono essere utilizzati nemmeno per fini di giustizia. Si tratta di informazioni molto delicate, perché «consentono di ricostruire relazioni personali e sociali, convinzioni religiose, orientamenti politici, abitudini sessuali e stato di salute».
Molti non sono purtroppo a conoscenza che alcuni servizi gratuiti, largamente usati in Rete, come i motori di ricerca, raccolgono e conservano per diverso tempo (dai 12 ai 18 mesi, anche se ne sarebbero sufficienti solo sei) le informazioni sulle pagine richieste e visitate dagli utenti: una merce preziosa, dal punto di vista pubblicitario. Questi dati ripagano i costi di gestione e sono necessari al miglioramento dell’efficienza e della sicurezza dei servizi offerti dai motori; la nota negativa è una generale mancanza di trasparenza nei confronti degli utenti, che dovrebbero essere meglio informati sull’uso che viene fatto dei loro dati.
Per evitare intrusioni (o veri e propri danni) alla propria sfera privata occorre, allora, una nuova consapevolezza che accompagni e, a volte, ridimensioni i facili entusiasmi con i quali si tende a utilizzare Internet e tutte le nuove tecnologie del nostro quotidiano. Meglio mantenere sempre una buona dose di riservatezza, sia off-line e sia on-line.