Il ritrovamento di un vecchio biglietto da visita riporta alla memoria alcuni ricordi di scuola e, con essi, la straordinaria evoluzione della stampa.
ARGOMENTO SEMPLICE (?)
Riordinando la scrivania è spuntato fuori un mio biglietto da visita, il primo e l’unico realizzato in tipografia, durante il primo anno di scuola grafica. Il cartoncino inizia a ingiallirsi; a occhio, dovrebbe essere stato composto in carattere Baskerville, corpo 6. La difficoltà principale dell’esercizio era causata dalle dimensioni dei minuscoli parallelepipedi in metallo riportanti le singole lettere, da pescare negli scomparti della “cassa Rossi” e da allineare sul compositoio.
Succede di ritrovare oggetti ai quali siano indissolubilmente legati dei precisi ricordi. Il biglietto da visita mi riporta indietro di una ventina d’anni, in un mondo affascinante e, per il ragazzino che ero allora, un po’ mistico e oscuro: il reparto di tipografia. Entrando, si era immediatamente aggrediti da odori e rumori forti: il ticchettio delle matrici delle linotype, il rumore delle macchine da stampa, lo sbuffo durante la fusione dei caratteri e l’odore pungente dei solventi per il grasso inchiostro tipografico. In mezzo a questa bolgia infernale, si muovevano strani individui in camice nero, custodi dei segreti dell’arte tipografica, capaci di espressioni serissime e concentrate davanti alle macchine, che si dissolvevano in fragorose risate nei momenti di pausa.
La stampa è rimasta sostanzialmente immutata nel corso dei suoi primi cinquecento anni di vita, con qualche innovazione meccanica, ma negli ultimi 30-40 anni sono avvenute profonde trasformazioni dovute all’introduzione della fotocomposizione (foto = luce) e dell’informatica nelle lavorazioni.
Così il passaggio al secondo anno di scuola prevedeva una piccola evoluzione nel cammino didattico. Nel nuovo reparto erano spariti i rumori, ma non gli odori, meno pungenti e più acri. Gli addetti avevano curiosamente cambiato colore di camice e di capelli, dal nero al bianco nel primo caso e viceversa nel secondo: i nuovi e più giovani operatori imbracciavano uno strano contenitore (il caricatore del materiale fotosensibile) in un continuo via-vai dalla camera oscura.
Nello sviluppo del percorso scolastico, arrivava infine il momento in cui si riusciva ad accedere a una sorta di sancta santorum, una zona del reparto di fotocomposizione dove erano allineati alcuni computer Macintosh, rigorosamente alfanumerici e senza mouse. L’unico istruttore sembrava il figlio dei suoi colleghi fotocompositori e il nipotino di quelli della tipografia, non portava alcun camice ed era in grado di digitare comandi sulla tastiera a una velocità sbalorditiva.
Terminata la scuola ed entrati nel mondo del lavoro si doveva ripartire quasi da zero: nuove apparecchiature e nuovi comandi da imparare perché ogni macchina fotocompositrice era un universo a sé, fino all’arrivo dei personal computer. Grazie al successo e all’enorme diffusione dei pc, si sono sviluppati i programmi attualmente utilizzati da grafici e stampatori, che hanno raggiunto una perfezione tale da permettere lavorazioni molto complesse che in precedenza necessitavano dell’intervento di decine di addetti.
Oggi non esistono più gli enormi reparti grafici di una volta; gli stampati nascono da anonimi uffici dotati di computer e stampanti. Il lavoro viene inviato direttamente ai centri stampa che, in poco tempo, sfornano tutte le copie necessarie. Ma in questo strabiliante progresso si è perso qualcosa di importante: la grande esperienza di tutti quei mitici personaggi in camice, capaci di svolgere solo alcune mansioni molto specifiche, ma in un modo assolutamente perfetto. Sono certo che quelle straordinarie figure, ritornate nella mia mente grazie all’ingiallito biglietto da visita, rivivono indelebilmente nei pensieri di chiunque abbia mai avuto il privilegio di entrare in una tipografia.
ARGOMENTO COMPLESSO (?)
Le informazioni di carattere personale hanno un grande valore in Internet e vanno salvaguardate. È bene conoscere i pericoli e le (poche) garanzie.
ARGOMENTO COMPLESSO (?)
«Siamo cresciuti nei nostri primi dieci anni di Internet pensando alla Rete come a una bacheca nell’atrio di un grande luogo pubblico. È forse ora di iniziare a convincersi che si tratta invece di una parte liberamente accessibile della nostra privatissima casa». L’ammissione di uno dei più acuti conoscitori della Rete, Massimo Mantellini, è un invito a prendere coscienza, senza facili allarmismi, di un problema virtuale ma reale: la privacy in Internet. I diritti in ambito digitale sono poco percepiti dagli utenti del Web che, purtroppo, ne comprendono l’importanza quando ormai è troppo tardi o solo nel momento in cui questi principi vengono violati.
I pericoli per la riservatezza dipendono principalmente dalla relativa facilità con cui i dati possono essere raccolti o intercettati attraverso
Alcune pericolose limitazioni all’esercizio dei propri diritti – privacy in testa – arrivano oltretutto da misure volte a proteggere altri principi, come quelle a tutela della proprietà intellettuale; addirittura si è giunti a promulgare leggi che immolano la riservatezza degli utenti sull’altare della sicurezza (un sacrificio inutile e dannoso).
Gli utenti della Rete devono imparare a salvaguardare la propria identità digitale, che tende – con il tempo e con l’uso sempre più intenso del Web – a dilatarsi in diversi ambiti. Un’attenzione particolare andrebbe dedicata all’utilizzo delle comunità sociali (i social network come Facebook o MySpace), oggi molto in voga tra i giovani, nei quali si inseriscono troppe informazioni personali o materiali che in futuro potrebbe causare qualche danno alla reputazione; questi dati sono di difficile – se non impossibile – cancellazione. Mettere troppe informazioni in Rete può avere delle ripercussioni negative, perché sono consultabili da chiunque.
La “net-reputation” è importante. Non va mai dimenticato che tutto ciò che è in Rete rimane e rende pubblica un’immagine, talvolta distorta, di noi. Il Garante per la privacy, Francesco Pizzetti, in occasione della Giornata europea della protezione dei dati personali (28 gennaio), ha messo in guardia i giovanissimi dai rischi di un uso sconsiderato dei network sociali: «fai attenzione a quell’informazione che rendi nota per fare invidia magari al tuo compagno di scuola perché, fra dieci o quindici anni, la stessa informazione potrà essere usata quando non vorresti più che fosse conosciuta».
Lo stesso Garante ha emanato di recente una direttiva per imporre ai fornitori di accesso alla Rete la cancellazione dei contenuti di traffico, che non possono essere utilizzati nemmeno per fini di giustizia. Si tratta di informazioni molto delicate, perché «consentono di ricostruire relazioni personali e sociali, convinzioni religiose, orientamenti politici, abitudini sessuali e stato di salute».
Molti non sono purtroppo a conoscenza che alcuni servizi gratuiti, largamente usati in Rete, come i motori di ricerca, raccolgono e conservano per diverso tempo (dai 12 ai 18 mesi, anche se ne sarebbero sufficienti solo sei) le informazioni sulle pagine richieste e visitate dagli utenti: una merce preziosa, dal punto di vista pubblicitario. Questi dati ripagano i costi di gestione e sono necessari al miglioramento dell’efficienza e della sicurezza dei servizi offerti dai motori; la nota negativa è una generale mancanza di trasparenza nei confronti degli utenti, che dovrebbero essere meglio informati sull’uso che viene fatto dei loro dati.
Per evitare intrusioni (o veri e propri danni) alla propria sfera privata occorre, allora, una nuova consapevolezza che accompagni e, a volte, ridimensioni i facili entusiasmi con i quali si tende a utilizzare Internet e tutte le nuove tecnologie del nostro quotidiano. Meglio mantenere sempre una buona dose di riservatezza, sia off-line e sia on-line.
Senza motivi apparenti è stato prorogato di un anno un controllo telematico che non ha eguali in Europa.
ARGOMENTO COMPLESSO (?)
Per “data-retention” s’intende la raccolta automatizzata di dati per eventuali fini investigativi. Nel luglio 2005, sull’onda emotiva di paura causata dagli attentati di Londra, fu approvato un pacchetto di misure – il decreto Pisanu, dal nome dell’allora ministro dell’Interno – per esigenze di contrasto al terrorismo internazionale. Il d.l. 144/07, convertito subito in legge, prevedeva l’obbligo di conservare i dati di traffico telefonico dei 48 mesi precedenti e di quello telematico (12 mesi) fino al 31 dicembre
Il Garante proibisce il monitoraggio sistematico del traffico Web da parte di soggetti privati. La privacy prevale sul diritto d’autore.
ARGOMENTO COMPLESSO (?)
Ogni dispositivo collegato in Rete è contraddistinto univocamente da un numero, l’indirizzo Ip. Questo sistema permette il transito veloce e ordinato di tutti i dati, che partono dall’indirizzo Ip di origine della pagina dove risiedono, verso l’indirizzo Ip di colui che li ha richiesti. Ai titolari di un abbonamento per l’accesso al Web, viene generalmente assegnato un recapito fisso ed è teoricamente possibile risalire alla persona che ha scaricato un determinato file.
Alcuni programmi sono in grado di monitorare il traffico di alcune applicazioni e conoscere gli indirizzi Ip di destinazione. Attraverso una società informatica svizzera che ha utilizzato questi software, la casa discografica Peppermint ha svolto un monitoraggio delle reti P2P (dove si scambiano file di ogni genere), individuando 5.000 utenti responsabili di scambio illegale di canzoni. Ognuno di essi ha ricevuto una lettera contenente una richiesta di 330 euro per non essere citati in tribunale. Il Garante per la privacy è però intervenuto, aprendo un’istruttoria conclusasi con la dichiarazione che le società private non possono svolgere attività di monitoraggio sistematico per individuare utenti colpevoli di infrangere leggi sul diritto d’autore. L’Authority ha quindi ordinato la cancellazione dei dati degli utenti.
Nello scontro fra due diritti – in questo caso contrapposti – la protezione della privacy ha avuto ragione del diritto d’autore, ma il caso non finisce qui perché le associazioni di autori stanno facendo fortissime pressioni per ottenere dai provider i nomi di chi scarica illegalmente e il caso è finito addirittura davanti alla Corte di giustizia europea. Il verdetto è stato salomonico: in assenza di normative specifiche dei singoli Stati, i dati personali degli utenti possono essere rivelati solo nei procedimenti penali. Più che salomonica, pare una decisione “pilatesca”, perché scarica la questione ai legislatori nazionali.