I Social network sono ritenuti frivoli e inconsistenti da chi li osserva dall’esterno. La realtà, spesso, si rivela diversa. Alcune piccole community on-line sono un prezioso strumento di crescita personale e sociale, grazie alla condivisione di princìpi e di finalità costruttive fra gli utenti.
Wikipedia ne ha censiti ufficialmente 134, fra i più frequentati, ma sono migliaia i Social network in Rete. Oltre ai due “campioni” di traffico Internet – Facebook e MySpace – troviamo altri siti simili, nei quali trovano cittadinanza digitale milioni di persone. Tra i più diffusi ci sono Windows Live Spaces di Microsoft e Orkut del rivale Google, Habbo, Hi5, Badoo, Friendster e Bebo. Altre comunità “social” si rivolgono a un pubblico ben definito, oppure hanno delle caratteristiche specifiche. LinkedIn, ad esempio, è incentrato su un ambito professionale e si pone il fine di connettere fra loro colleghi (ed ex-colleghi) di lavoro, o persone interessate ai curricula inseriti nei profili personali delle persone registrate. Sono attivi dei Social network per bambini, come Mypage.it, dove i piccoli utenti possono giocare, disegnare, leggere, colorare e guardare video, ma senza alcuna possibilità di contatto diretto – per ovvi motivi – fra gli utilizzatori, ai quali non sono peraltro richieste informazioni che ne permettano il riconoscimento. Sono nati addirittura diversi network per bebè, come Tot Spot o Kidmondo, nei quali gli account sono gestiti per interposta persona dai loro genitori, che riescono – chissà come – a trovare il tempo, fra una pappa e un cambio di pannolino, per aggiornare la pagina del proprio marmocchio con foto e testi che testimonino nel Web i progressi della crescita.
Sembrerebbe un giochino semplice, persino stupido o poco edificante, ma, a ben vedere, non è molto diverso da ciò che accade nelle amicizie e nei rapporti quotidiani della vita reale, dove ci si racconta ciò che si desidera, accettando spesso la mediazione di un telefono o di una e-mail. Il Social network è uno strumento nuovo, una possibilità in più, molto libera e, a quanto pare, molto interessante, visto il boom che stanno registrando i siti come Facebook o MySpace.
Di fronte a fenomeni di moda così diffusi, la gente si divide in giudizi molto netti: chi si abbandona a un facile entusiasmo e chi, invece, si chiude in un atteggiamento di chiusura, persino un po’ snob; qualcuno ne ravvisa addirittura una presunta pericolosità (come le 78 Autorità per la privacy che recentemente hanno lanciato un allarme sui rischi dei nuovi network on-line). Ma è un errore confondere un mezzo di comunicazione (di per sé neutro) con alcuni usi distorti che se ne potrebbero fare.
Osservando queste dinamiche con un po’ di curiosità e distacco, si possono ravvisare analogie con quel periodo del recente passato quando arrivarono i telefonini: aggeggi inutili, se non pericolosi... una moda... Oggi, però, il 99 per cento di coloro che allora dicevano “Io no” (o “Io mai”), ne hanno uno in tasca.
Settimana scorsa ho assistito alla presentazione, qui a Milano, della campagna per la promozione dei dischi Blu-ray, il nuovo formato audio/video ad alta definizione che dovrebbe sostituire il Dvd. L’evento è stato organizzato dall’Associazione Blu-ray Disc Group Italia, un consorzio nato lo scorso giugno che riunisce produttori e rivenditori di contenuti e apparecchi che sfruttano la tecnologia del “laser blu”. Non amo partecipare a questo genere di eventi promozionali, ma ero curioso di vedere la nuova creatura, di approfondire le mie conoscenze e di provare a mettere in discussione alcune idee che mi sono fatto in questi anni.
I nuovi dischi BD (Blu-ray Disc) sono esteriormente identici ai Dvd, ma hanno una capienza molto superiore (50 GB), che permette la registrazione di film, giochi e video musicali ad una definizione video 5 volte superiore e con un audio meno compresso (quindi più fedele). Per beneficiare di questa overdose di pixel, è però indispensabile possedere un televisore che supporti l’alta definizione (i cosiddetti Full-HD). Sui nuovi lettori Blu-ray è assicurata la retrocompatibilità, cioè si possono vedere anche i “vecchi” Dvd. Questo – in estrema sintesi – è stato l’intervento introduttivo di Fabrizio Ferrucci, il Presidente dell’Associazione, al quale è seguita la presentazione di alcuni dati sul mercato italiano del Blu-ray, usciti da una ricerca Gfk.
Le vendite di unità Blu-ray (che, al momento, si possono trovare come lettori stand-alone, o all’interno di computer, oppure sulle Playstation 3) sono passate da 102 mila (da settembre
Nonostante questi dati non troppo rassicuranti, i produttori puntano molto sulla nuova tecnologia e si aspettano che entro la fine del 2011 ci sarà il sorpasso (si venderanno più lettori BD che lettori Dvd) e, così, una famiglia italiana su cinque avrà in casa un lettore Blu-ray. L’ottimismo è dettato dai 5 milioni di televisori ad alta definizione venduti in Italia fino ad oggi (pare sia uno dei tassi di penetrazione più elevati in Europa), nonostante ci siano soltanto 6 canali (Sky) che trasmettono in Hd (sulle offerte in alta definizione di Sky ho qualche informazione interessante per un prossimo post).
Alla fine della presentazione, si è svolta una sorta di tavola rotonda. Fra gli interventi, ho trovato particolarmente interessante quello di Pierluigi Bernasconi, amministratore delegato di Mediamarket (Media World e Saturn), che si è lamentato dei prezzi ancora troppo alti dei prodotti Blu-ray. A suo modo di vedere, una tecnologia può permettersi dei prezzi elevati quando è fortemente innovativa rispetto all’esistente. Se un acquirente trova in edicola un Dvd a 7,99 euro, difficilmente comprerà un film in Blu-ray che costa quattro volte di più. Che cosa avrà voluto dire Bernasconi? Che il Blu-ray non è così diverso dal Dvd?
In effetti ho avuto anch’io quell’impressione, vedendo un filmato promozionale trasmesso su alcuni apparecchi tv installati in sala. Da vicino si nota la maggiore definizione, ma allontanandosi di qualche metro (la distanza necessaria per non rovinarsi la vista… quella dovrebbe esserci fra Tv e divano, insomma) non ho percepito un miglioramento. Fra l’altro, nel video di presentazione delle meraviglie “blu”, ci sono state un paio di comparazioni fra Blu-ray e Dvd, con lo schermo diviso in due, ma io non ho notato differenze. Sono astigmatico, porto gli occhiali da vista, ma penso di vederci sufficientemente bene.
Un altra considerazione che ho fatto, riguarda la vita del Blu-ray: quanto durerà, prima che una nuova tecnologia lo renda obsoleto? Dopo aver vinto la battaglia contro il formato rivale Hd-dvd, sono uscite alcune dichiarazioni controverse: uno chief-scientist di Thx che si è domandato pubblicamente se “davvero abbiamo bisogno di un nuovo formato di disco” quando stanno per uscire delle memorie flash da 128 GB, anche se – sempre pubblicamente – Thx ha parzialmente ritrattato. Poi è stata la volta di Sony che dapprima ha dichiarato che il Blu-ray sarà l’ultimo formato a disco ottico e poi ha sostenuto che il disco a laser blu avrà un ciclo di vita di 10 anni, previsione sulla quale è poi calata la scure di un altro produttore, Samsung, che ne ha dimezzato l’esistenza a 5 anni. La considerazione è questa: la videocassetta – secondo un articolo del Corriere di Umberto Torelli – è “vissuta” circa 20 anni, poi è arrivato il Dvd, che è “resistito” per 10 anni. Seguendo questa parabola, temo che forse il signor Anthony Griffiths (responsabile del settore elettronica di consumo di Samsung UK) abbia purtroppo ragione.
Ultimo dubbio: ho uno scatolone di videocassette condannate ormai al sacco nero – non sono purtroppo riciclabili – ma che sopravvivono da anni nel “braccio della morte” (il mio box) al pari di un povero “dead man walking” texano. Ho acquistato qualche Dvd, ma non mi sono più sognato di crearmi una videoteca, perché uno scatolone di materiale inutilizzabile mi basta. Al momento non prevedo sinceramente di aver ancora voglia di acquistare qualcosa in BD – ecco che forse si spiega il perché di quel 2% di famiglie italiane che non hanno comprato dischi BD – e probabilmente, il giorno che decidessi di prendere un lettore Blu-ray, sfrutterei eventualmente il noleggio, sempre che Blockbuster % C. siano ancora vivi (dall’inizio di quest’anno il negozio di video a prestito sotto casa mia ha chiuso ed è tuttora tristemente sfitto).
Alla presentazione, ho sentito ripetere almeno un paio di volte il concetto: possedere un televisore full-Hd senza un lettore Blu-ray è come guidare un’auto sportiva mantenendo soltanto la prima marcia. Il ragionamento è efficace, ma non vorrei che si scopra che, anche in quinta o in sesta, il nuovo bolide ad alta definizione faccia fatica a superare le prestazioni del “vecchio” Dvd.
ARGOMENTO SEMPLICE (?)
Nel 1991 uno studente di informatica di vent’anni, Linus Torvalds, sviluppò una versione semplificata di Unix – il sistema operativo degli elaboratori dell’Università di Helsinki – adatta a un personal computer. Dalla fusione di “Linus” e “Unix” uscì il fortunato nome del nuovo programma: Linux. Invece di vendere la sua invenzione, il giovane Torvalds decise di condividere su un forum on-line di programmatori il suo sistema operativo, chiedendo collaborazione per migliorarlo. In poco tempo si creò un circolo virtuoso di migliaia di persone, che contribuirono volontariamente a far diventare Linux una piattaforma software di ottima qualità, leggera, stabile, sicura, installata su milioni di computer in tutto il mondo.
Il sistema operativo è quel programma di base che serve a far funzionare un computer e tutti i dispositivi collegati (mouse, tastiera, monitor...). Windows Vista, il sistema operativo più diffuso al mondo, al momento costa dai 200 ai 300 euro; per Mac Os X si spendono circa 130 euro; Linux invece è gratuito, ma è installato solo su un’esigua minoranza di pc. Come mai? Fino a pochi anni fa era una piattaforma complessa, difficile da configurare e utilizzare. Oggi esistono versioni molto semplici, come Ubuntu, facilmente usabili da chiunque. Grazie alle forti motivazioni della filosofia fondante di Linux e del software libero, la comunità degli utilizzatori ha un ferreo spirito altruistico ed è, quindi, molto facile ottenere aiuti e consigli, sempre gratuitamente, o reperire materiale esplicativo. I soldi, in fondo, «non sono niente».