venerdì, 27 febbraio 2009

Metterci la faccia

Cos’è e come funziona il Social network più conosciuto del momento, che ha creato entusiasmi e allarmismi poco giustificabili, persino in Parlamento.

ARGOMENTO SEMPLICE (?)

 

facebookL'intuizione di Mark Zuckerberg, il diciannovenne inventore di Facebook, è talmente semplice da rasentare la banalità: realizzare una versione on-line degli annuari illustrati (i facebook, letteralmente “raccolta di facce”) delle università americane. Il progetto nasce ad Harvard cinque anni fa, ma ottiene un successo fulmineo in tutto il mondo.
Anche nel nostro Paese, Facebook sta raccogliendo sempre più adesioni, diventando un fenomeno di costume. Grazie a un efficace passaparola, le persone che iniziano a conoscere e apprezzare questo Social network (una rete di persone legate da interessi comuni, che utilizzano una piattaforma su Internet per comunicare fra loro) invitano a loro volta altri amici, coinvolgendo un numero impressionante di persone (sono 6 milioni e mezzo gli utenti italiani).
Ma come funziona Facebook? Il segreto di questo network è l’estrema semplicità; per iscriversi basta inserire sul sito il proprio nome e cognome e fornire un indirizzo e-mail. Una volta registrati, è possibile – facoltativamente – aggiungere una foto e altre informazioni personali e, inserendo i dati delle scuole frequentate e del luogo di lavoro, il sistema provvederà a suggerire i nominativi di altri utenti con le medesime caratteristiche, che si potrebbero già conoscere. Lo scopo è quello di creare una lista di amici (ogni iscritto ne ha mediamente 120) con i quali interagire all’interno di Facebook.
Le amicizie non si stabiliscono automaticamente: per diventare amici occorre richiedere l’autorizzazione dell’altra persona e il consenso può essere concesso o rifiutato. Nel primo caso, i due “nuovi” amici (che in verità lo sono – o lo sono stati – quasi sempre anche nella vita reale) potranno consultare vicendevolmente i propri profili (le informazioni personali) e le proprie “bacheche”, rimanendo aggiornati a ogni evoluzione successiva.
La bacheca è il cuore di Facebook, il luogo dove ogni utente “appende” virtualmente qualsiasi notizia che desideri comunicare. In ogni bacheca c’è un campo da compilare (lo status ) per dire qualcosa di sé, rispondendo alla domanda che appare: «Che fai in questo momento?». Ogni modifica allo status, comparirà nella bacheca degli amici, che avranno facoltà di commentarla, attivando una conversazione.  Inoltre, ogni utente può inserire nella propria pagina immagini e video, oppure collegamenti Internet, diffondendoli automaticamente a tutte le persone della lista. In aggiunta, su Facebook si possono scrivere messaggi, chat, utilizzare applicazioni di vario genere (giochi, quiz...), oppure creare o associarsi a gruppi di vario genere.
Tutto questo non costa nulla ma si paga, in realtà, offrendo le proprie informazioni personali in pasto agli inserzionisti. Ne vale la pena? Chissà. Meglio provarlo, prima di dare un giudizio. Si fa sempre in tempo a uscirne (ma non proprio del tutto). Una cosa è certa: Facebook ha positivamente coinvolto milioni di persone che prima non utilizzavano la Rete, iniziandoli all’interazione con le nuove tecnologie e con gli altri utenti di Internet. E questo è un progresso per tutta la società.
postato da: Federico Polvara alle ore 13:31 | permalink | commenti
categorie: social network, facebook, argomenti semplici
lunedì, 23 febbraio 2009

SarĂ  aperta a tutti la filiale di domani

Le banche si automatizzano e i nuovi bancomat offrono strumenti utili per i disabili. Ma serve un cambio di mentalità perché questi ausili vengano adottati.

ARGOMENTO SEMPLICE (?)

 

bancomatLo sportello bancario sta cambiando. Quel macchinario, comparso nel 1967 all’esterno di una filiale londinese di Barclays Bank, è rientrato e si sta “mangiando“ la banca stessa. L’automazione è sempre più spinta, tanto da diventare ormai una scelta obbligata per gli istituti di credito, che ottengono maggiore efficienza, riducono i costi e aumentano la sicurezza.
Le filiali diventano sempre più automatizzate. Per comprendere meglio il cambiamento in atto, ne abbiamo  parlato con Danilo Rivalta, vice presidente per il Sud Europa di Diebold – una multinazionale che si occupa di automazione bancaria –, che si è offerto di accompagnarci per una visita alla filiale Carige di corso Vittorio Emanuele, a Milano, recentemente rinnovata. Qui sono stati introdotti alcuni bancomat (o Atm, Automatic Teller Machine) più evoluti, attraverso i quali è possibile fare – senza cassiere e in totale autonomia – diverse operazioni, come prelievi, versamenti, pagamenti, bonifici, richieste, erogazione di assegni...
Ma l’aspetto più interessante della visita è stato rilevare i grandi passi che le nuove tecnologie hanno compiuto per risolvere il problema dell’accessibilità per coloro che, purtroppo, hanno disabilità visive o motorie. Esistono degli standard da rispettare, per offrire questi servizi automatici anche a persone diversamente abili; alcune regole determinano, ad esempio, l’altezza minima e massima del bancomat, altre prevedono che i pulsanti abbiano un rilievo tattile, o che sia presente un attacco jack per le cuffie e un software di guida audio.
Diebold offre questi ausili che non richiedono investimenti onerosi per essere implementati nei nuovi sportelli, ma quel che oggi manca in Italia è la sensibilità a queste tematiche. Serve un po’ di coraggio e di responsabilità da parte delle banche, affinché si adottino le misure necessarie a estendere i benefici delle nuove tecnologie anche a quella minoranza, seppur molto ristretta, di clienti diversamente abili.
postato da: Federico Polvara alle ore 14:39 | permalink | commenti (4)
categorie: banche, automazione, disabilitĂ , argomenti semplici
lunedì, 23 febbraio 2009

Quarantun anni di bancomat

ARGOMENTO SEMPLICE (?)

È il 27 giugno 1967; a Londra una folla si accalca fuori da una filiale della Barclays Bank per assistere a un evento “storico”: l’inaugurazione del primo sportello automatico. Al posto dell’attuale tessera a banda magnetica, nel primo bancomat – che il suo inventore, John Sheperd-Barron, realizzò ricavandolo da un distributore di barrette di cioccolato – si utilizzavano dei gettoni di carta, comprati all’interno della banca, che venivano trattenuti dal macchinario. Il successo di quel rudimentale marchingegno è stato rapido e vastissimo: si calcola che oggi, in tutto i mondo, siano attivi oltre 1,7 milioni di sportelli automatici (Atm).


postato da: Federico Polvara alle ore 14:33 | permalink | commenti
categorie: storie, banche, automazione, argomenti semplici
lunedì, 16 febbraio 2009

Il terreno in comune contro i recinti

Diritti d'autore vs libera circolazione.

ARGOMENTO COMPLESSO (?)

 

copyright Fino alla prima metà del secolo scorso, la legislazione americana assicurava ai proprietari terrieri non solo il possesso della superficie, ma anche tutto il terreno sottostante fino al centro della Terra e tutto lo spazio al di sopra, fino alla periferia dell’universo. Forte di questo principio, nel 1945, una coppia di contadini del North Carolina fece causa al Governo perché i voli degli aerei militari del vicino aeroporto spaventavano a morte i loro polli e il caso finì davanti alla Corte Suprema. Il ricorso dei coniugi Causby, che reclamavano i propri diritti sullo spazio aereo sopra la loro proprietà venne respinto. I giudici scrissero che «ogni volo intercontinentale sarebbe soggetto a infinite denunce per violazione di proprietà. Il senso comune si ribellerebbe all’idea».

 

Questo esempio è citato da Lawrence Lessig, nello splendido libro Cultura libera (Apogeo), per spiegare che la legge si è sempre adeguata, cambiando, alle tecnologie delle varie epoche.

La rivoluzione digitale ha introdotto un’innovazione ben più importante dell’invenzione dell’aeroplano, eppure sui diritti d’autore la legislazione non ha seguito questo cambiamento, anzi, sono state apportate numerose modifiche in senso restrittivo. Una poderosa attività di lobbying da parte delle società detentrici di copyright, i Causby di oggi, ha fatto sì che un diritto temporaneo sia diventato pressoché illimitato; negli Usa è stata estesa la copertura della proprietà intellettuale fino a 99 anni, con gli ultimi venti elargiti dalla Sonny Bono Copyright Extension Act, subito ribattezzata “legge Topolino” perché ha permesso di “salvare” i primi cortometraggi del celeberrimo roditore che, altrimenti, sarebbero diventati di pubblico dominio.

In un epoca dove la tecnologia fornisce straordinari strumenti - Internet su tutti - per la diffusione della cultura, un principio vecchio di tre secoli come quello del copyright ostacola di fatto lo sviluppo della conoscenza e l’espressione della creatività che le tecnologie digitali hanno dimostrato di poter mettere democraticamente a disposizione di tutti. Il principio “tutti i diritti sono riservati” che è alla base del copyright, appare ormai superato, anche se continua a dettar legge. È un diritto che va ripensato alla luce dei profondi cambiamenti avvenuti nella nostra società della comunicazione.

Computer e restrizioni non sono mai andati troppo d’accordo. Quando le prime società informatiche iniziarono a tutelare il loro promettente business con i diritti esclusivi di copyright, ci fu una sdegnosa reazione da parte di alcuni programmatori di vedute più anarchiche e liberali, abituati a collaborare e condividere il proprio lavoro. Uno di loro - Richard Stallman, programmatore del Mit – ebbe la geniale intuizione di creare un nuovo tipo di licenza chiamata Gnu General public license (Gpl), per salvaguardare il diritto alla condivisione. Questa licenza, che in seguito prese anche il nome di copyleft, garantiva libertà di eseguire, copiare e modificare un programma, a patto che chiunque avesse duplicato o diffuso modifiche al programma, mantenesse lo stesso tipo di licenza. Dalla Gpl derivò tutto il filone dell’open source (sorgente aperta), quei programmi liberi come Linux, che oggi riscuotono un crescente successo per la loro affidabilità, sicurezza e – spesso – gratuità.

Ma la libera circolazione di idee è un concetto troppo affascinante per rimanere confinato solo in ambito informatico. Un gruppo di giuristi di Stanford, coordinati dal professor Lawrence Lessig, ideò le Creative Commons, una serie di licenze ispirate alla Gpl per “facilitare la creazione di opere sulla base di lavori altrui, rendendo semplice agli autori sostenere che altri siano liberi di attingere al loro lavoro e di creare su di esso, una sorta di copyright ragionevole”. Le Creative Commons (Cc) sono un vero e proprio diritto d’autore, ma molto più attuale e flessibile del comune copyright. Gli autori hanno a disposizione diverse articolazioni di licenza, combinando insieme quattro opzioni: l’attribuzione della paternità dell’opera (BY), il desiderio di non autorizzare usi commerciali della propria opera (NC) o la creazione di opere derivate (ND), oppure – in caso di opere derivate – possono imporre l’obbligo di condividere allo stesso modo (SA, share-alike) la licenza originaria. Con uno strumento moderno come le CC, che affiancano il diritto d’autore, non rimane che dare un vigoroso taglio alla durata del copyright. Un economista di Cambridge, il professor Rufus Pollock, è giunto addirittura a dimostrare che, con la progressiva diminuzione dei costi di creazione/produzione di un’opera, la durata ideale del copyright dovrebbe oggi essere di 14 anni.

I “commons” erano in origine quegli appezzamenti di terreno non suddivisi e gestiti dalla comunità, nei quali ogni allevatore poteva portare a pascolare i propri animali; le nuove tecnologie ci spingono paradossalmente in quell’antica direzione, sempre più verso un terreno virtuale di pubblico dominio, ma una distorta interpretazione del diritto ha provocato una proliferazione incontrollata di recinti. Potremo condividere enormi benefici ed essere liberi di esprimerci, se solo sapremo abbattere qualche steccato.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di febbraio della rivista Letture.

 

postato da: Federico Polvara alle ore 14:12 | permalink | commenti (1)
categorie: copyright, copyleft, creative commons, argomenti complessi
lunedì, 09 febbraio 2009

Quello che le pubblicitĂ  non dicono

Un paio di avvertenze per chi è interessato alle chiavette Usb per Internet mobile.

ARGOMENTO COMPLESSO (?)

 

hsdpa In questi giorni sono usciti nuovi spot e affissioni, relativi alle offerte di connessione alla Rete attraverso modem/chiavetta Usb.
Luciana Littizzetto e Peppe Quintale imperversano - molto simpaticamente, per la verità - in televisione con la nuova offerta di Tre: 10 euro al mese per 30 ore di connessione. Quello che non è molto chiaro è che Tre.Time Small non è un'opzione rinnovabile, ma di un vero e proprio abbonamento con impegno minimo di 23 mesi (fra le numerosissime avvertenze che compaiono nello spot, ad un certo punto ne appare una con scritto "Abbonamento", ma è facile cadere in un equivoco).
Per esperienza personale, la rete di Tre ha un'ottima copertura e i collegamenti sono sempre stabili, ma quando si esce dalle zone coperte dal segnale 3G, fate attenzione perché il traffico vi viene addebitato a parte e a un prezzo esorbitante (il consiglio è di settare, nel programmino per il collegamento, SOLO CONNESSIONI 3G, così non avrete sorprese all'arrivo della fattura). Altro aspetto negativo che ho riscontrato con Tre è il servizio clienti, ma leggetevi questo post per saperne di più.

 

Altra compagnia molto attiva nella comunicazione è Wind che dallo scorso dicembre pubblicizza la sua chiavetta Internet a 79 euro e due offerte a tempo: Mega Ore e Mega 100 Ore. Forse è già scaduta la promozione che prevedeva per la prima (Mega Ore) un costo di 5 euro per 50 ore di connessione per i primi tre mesi, che diventano 9 euro dal 4° e, per la seconda (Mega 100 Ore) un costo di 9 euro per 100 ore di Internet (15 euro dal quarto mese). Prometto di informarmi nei prossimi giorni.
Quel che trovo molto utile è il fatto che si tratti di un'opzione, rinnovata automaticamente di mese in mese, ma disattivabile con un semplice sms. Due anni di abbonamento sono tanti (anche Alice Mobile di Tim dura 24 mesi, anche se allo stesso costo di Tre, ma con meno tempo - 20 ore - a disposizione), forse troppi.
Così, da un paio di mesi, ho deciso di provare l'Internet mobile di Wind. La prima cosa che ho riscontrato è che queste chiavette modem Usb sono praticamente introvabili e, quasi sempre, nei negozi finiscono per rifilarti  modelli analoghi ad un costo superiore. Il secondo aspetto negativo è che la rete di Wind è meno potente rispetto a quelle dei concorrenti e quindi, anche a Milano-città, il collegamento cade molto frequentemente. Oltre al fastidio di dover riconnettere il pc, la scocciatura maggiore è rappresentata dal fatto che il monte-ore a disposizione, è composto da scatti di 15 minuti di connessione, che scalano in anticipo; quindi se cade la linea dopo 3 minuti, voi ne avete persi 15, se cade dopo 16 minuti, vi scalano mezz'ora di traffico.
Su un forum in Rete ho letto il consiglio di segnalare la disfuzione al 155 (se sforate la soglia, sono disposti a rimborsarvi), ma io ho già chiamato due volte e il problema persiste, credo si tratti di un deficit strutturale della Rete. In ogni caso, 50 ore - pur con gli scatti persi - mi sono più che sufficienti e quindi, per ora, proseguo con Wind.

 

Se qualcuno ha avuto altre esperienze (sia positive che negative) aggiunga pure un commento, grazie!
postato da: Federico Polvara alle ore 14:31 | permalink | commenti (10)
categorie: banda larga, argomenti complessi, hsdpa, internet mobile

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