L'intuizione di Mark Zuckerberg, il diciannovenne inventore di Facebook, è talmente semplice da rasentare la banalità: realizzare una versione on-line degli annuari illustrati (i facebook, letteralmente “raccolta di facce”) delle università americane. Il progetto nasce ad Harvard cinque anni fa, ma ottiene un successo fulmineo in tutto il mondo.
Lo sportello bancario sta cambiando. Quel macchinario, comparso nel 1967 all’esterno di una filiale londinese di Barclays Bank, è rientrato e si sta “mangiando“ la banca stessa. L’automazione è sempre più spinta, tanto da diventare ormai una scelta obbligata per gli istituti di credito, che ottengono maggiore efficienza, riducono i costi e aumentano la sicurezza.
Fino alla prima metà del secolo scorso, la legislazione americana assicurava ai proprietari terrieri non solo il possesso della superficie, ma anche tutto il terreno sottostante fino al centro della Terra e tutto lo spazio al di sopra, fino alla periferia dell’universo. Forte di questo principio, nel 1945, una coppia di contadini del North Carolina fece causa al Governo perché i voli degli aerei militari del vicino aeroporto spaventavano a morte i loro polli e il caso finì davanti alla Corte Suprema. Il ricorso dei coniugi Causby, che reclamavano i propri diritti sullo spazio aereo sopra la loro proprietà venne respinto. I giudici scrissero che «ogni volo intercontinentale sarebbe soggetto a infinite denunce per violazione di proprietà. Il senso comune si ribellerebbe all’idea».
Questo esempio è citato da Lawrence Lessig, nello splendido libro Cultura libera (Apogeo), per spiegare che la legge si è sempre adeguata, cambiando, alle tecnologie delle varie epoche.
La rivoluzione digitale ha introdotto un’innovazione ben più importante dell’invenzione dell’aeroplano, eppure sui diritti d’autore la legislazione non ha seguito questo cambiamento, anzi, sono state apportate numerose modifiche in senso restrittivo. Una poderosa attività di lobbying da parte delle società detentrici di copyright, i Causby di oggi, ha fatto sì che un diritto temporaneo sia diventato pressoché illimitato; negli Usa è stata estesa la copertura della proprietà intellettuale fino a 99 anni, con gli ultimi venti elargiti dalla Sonny Bono Copyright Extension Act, subito ribattezzata “legge Topolino” perché ha permesso di “salvare” i primi cortometraggi del celeberrimo roditore che, altrimenti, sarebbero diventati di pubblico dominio.
In un epoca dove la tecnologia fornisce straordinari strumenti - Internet su tutti - per la diffusione della cultura, un principio vecchio di tre secoli come quello del copyright ostacola di fatto lo sviluppo della conoscenza e l’espressione della creatività che le tecnologie digitali hanno dimostrato di poter mettere democraticamente a disposizione di tutti. Il principio “tutti i diritti sono riservati” che è alla base del copyright, appare ormai superato, anche se continua a dettar legge. È un diritto che va ripensato alla luce dei profondi cambiamenti avvenuti nella nostra società della comunicazione.
Computer e restrizioni non sono mai andati troppo d’accordo. Quando le prime società informatiche iniziarono a tutelare il loro promettente business con i diritti esclusivi di copyright, ci fu una sdegnosa reazione da parte di alcuni programmatori di vedute più anarchiche e liberali, abituati a collaborare e condividere il proprio lavoro. Uno di loro - Richard Stallman, programmatore del Mit – ebbe la geniale intuizione di creare un nuovo tipo di licenza chiamata Gnu General public license (Gpl), per salvaguardare il diritto alla condivisione. Questa licenza, che in seguito prese anche il nome di copyleft, garantiva libertà di eseguire, copiare e modificare un programma, a patto che chiunque avesse duplicato o diffuso modifiche al programma, mantenesse lo stesso tipo di licenza. Dalla Gpl derivò tutto il filone dell’open source (sorgente aperta), quei programmi liberi come Linux, che oggi riscuotono un crescente successo per la loro affidabilità, sicurezza e – spesso – gratuità.
Ma la libera circolazione di idee è un concetto troppo affascinante per rimanere confinato solo in ambito informatico. Un gruppo di giuristi di Stanford, coordinati dal professor Lawrence Lessig, ideò le Creative Commons, una serie di licenze ispirate alla Gpl per “facilitare la creazione di opere sulla base di lavori altrui, rendendo semplice agli autori sostenere che altri siano liberi di attingere al loro lavoro e di creare su di esso, una sorta di copyright ragionevole”. Le Creative Commons (Cc) sono un vero e proprio diritto d’autore, ma molto più attuale e flessibile del comune copyright. Gli autori hanno a disposizione diverse articolazioni di licenza, combinando insieme quattro opzioni: l’attribuzione della paternità dell’opera (BY), il desiderio di non autorizzare usi commerciali della propria opera (NC) o la creazione di opere derivate (ND), oppure – in caso di opere derivate – possono imporre l’obbligo di condividere allo stesso modo (SA, share-alike) la licenza originaria. Con uno strumento moderno come le CC, che affiancano il diritto d’autore, non rimane che dare un vigoroso taglio alla durata del copyright. Un economista di Cambridge, il professor Rufus Pollock, è giunto addirittura a dimostrare che, con la progressiva diminuzione dei costi di creazione/produzione di un’opera, la durata ideale del copyright dovrebbe oggi essere di 14 anni.
I “commons” erano in origine quegli appezzamenti di terreno non suddivisi e gestiti dalla comunità, nei quali ogni allevatore poteva portare a pascolare i propri animali; le nuove tecnologie ci spingono paradossalmente in quell’antica direzione, sempre più verso un terreno virtuale di pubblico dominio, ma una distorta interpretazione del diritto ha provocato una proliferazione incontrollata di recinti. Potremo condividere enormi benefici ed essere liberi di esprimerci, se solo sapremo abbattere qualche steccato.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di febbraio della rivista Letture.
In questi giorni sono usciti nuovi spot e affissioni, relativi alle offerte di connessione alla Rete attraverso modem/chiavetta Usb.Altra compagnia molto attiva nella comunicazione è Wind che dallo scorso dicembre pubblicizza la sua chiavetta Internet a 79 euro e due offerte a tempo: Mega Ore e Mega 100 Ore. Forse è già scaduta la promozione che prevedeva per la prima (Mega Ore) un costo di 5 euro per 50 ore di connessione per i primi tre mesi, che diventano 9 euro dal 4° e, per la seconda (Mega 100 Ore) un costo di 9 euro per 100 ore di Internet (15 euro dal quarto mese). Prometto di informarmi nei prossimi giorni.
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