La causa intentata da Mediaset contro YouTube dimostra quanto sia difficile accettare le novità portate dai nuovi media digitali.
ARGOMENTO COMPLESSO (?)
«I cambiamenti indotti da un’enorme quantità di network sociali, a comunicare ed esprimersi autoproducendo contenuti e servizi, sta generando un conflitto micidiale con i media tradizionali. Che reagiscono con inaudita violenza»: un preveggente Luca De Biase, nel saggio Economia della felicità edito da Feltrinelli a fine 2007, non poteva immaginare che, da lì a pochi mesi, Mediaset avrebbe chiesto 500 milioni di danni citando in giudizio YouTube per illecita diffusione di filmati. Gli utenti del popolarissimo sito hanno caricato qualche migliaio (4.643 per l’esattezza) di spezzoni, presi da vecchie trasmissioni coperte da diritti d’autore. La vicenda è emblematica di quanto sia ancora difficile, per i vecchi media, comprendere – e sfruttare – le nuove possibilità offerte dalla Rete.
Dimentichiamo che, dalla sua nascita fino ai giorni nostri, la società di Cologno Monzese
non sempre abbia rispettato le leggi (Rete4 continua a trasmettere su frequenze altrui); dimentichiamo che i programmi di informazione sui canali Mediaset attingono a piene mani da YouTube, senza versare alcunché; dimentichiamo che le 315.672 giornate di televisione, sottratte dal sito, siano una stima tutta da dimostrare; dimentichiamo che gli spezzoni incriminati abbiano probabilmente portato pubblico alle trasmissioni Mediaset, piuttosto del contrario e dimentichiamo, infine, che YouTube non possa materialmente setacciare i 150 mila filmati caricati ogni giorno sui suoi server (facciamo finta anche di non sapere che esiste una semplice procedura – utilizzata da Rai e La7 senza minacciare cause milionarie – per chiedere l’immediata rimozione di contenuti protetti da copyright). Dimentichiamo tutto ciò perché Mediaset ha diritto al rispetto delle sue proprietà e a rivalersi dinanzi a un giudice.
Ma viviamo in un mondo che cambia velocemente. Le tecnologie digitali stanno provocando un terremoto che scardina ogni certezza conquistata dai soggetti che operano nell’informazione e nell’intrattenimento. È impossibile cercare di fermare questa rivoluzione, sebbene i detentori di diritti stiano facendo di tutto per conservare una posizione privilegiata, chiudendo gli occhi di fronte a una nuova realtà, che non piace.
Le leggi vigenti continuano ad essere sbilanciate in difesa della proprietà intellettuale (soprattutto grazie a un poderoso lavoro di lobbying in sede legislativa) e, addirittura, si vorrebbe
estenderne gli effetti all’infinito, mentre le nuove tecnologie ne richiederebbero invece un drastico ridimensionamento della durata.
Il progresso porta con sé nuovi strumenti e nuove possibilità; gli utenti vogliono partecipare, condividere ed esprimersi. Ma, come afferma De Biase, «spesso la creatività si alimenta dei contenuti prodotti da altri, li rimastica e li rimodella, generando significati nuovi».
Colui che dovrà giudicare il caso “Mediaset contro YouTube” conosce le dinamiche della Rete o si limiterà ad applicare una legge sul diritto d’autore che, seppur rimaneggiata negli ultimi anni, risale all’anteguerra, quando non esisteva Internet e nemmeno il pc? Qualcuno ha provato a spiegarsi perché centinaia di milioni di “delinquenti” si ostinano a condividere materiale in Rete?
Occorre raggiungere un punto di equilibrio fra due interessi contrapposti e trovare un modo – al passo coi tempi – di corrispondere un giusto compenso ad artisti e produttori, senza criminalizzare le nuove tecnologie. Lascio la conclusione alle parole di speranza di Luca De Biase: «Una strada per l’armonizzazione, alla fine, si deve trovare. Anche perché gli autori trovano sempre il modo per esprimersi e il pubblico per trovarli: chi vuole offrire servizi in questa relazione di adeguerà».