Pedofilia, cyber-bullismo, pornografia, net-dipendenza: se la realtà di Internet che si presenta ai nostri ragazzi fosse quella descritta a tinte fosche dai media, non c’è alcun dubbio che l’unica ragionevole misura da prendere sarebbe quella di gettar via il computer. Ma non è così e lo spiega benissimo Giuseppe Pelosi nel libro appena uscito Aiuto! Ho un cyberfiglio! Manuale per genitori persi nella Rete (editrice Àncora): «Dare la colpa a Internet – a causa del messaggio negativo che a volte esso veicola – è come, nella favola di Cappuccetto Rosso, dare la colpa al bosco. La verità è che il nemico è il lupo, non il bosco».
Le nuove tecnologie pongono una sfida educativa e questo gradevole manuale offre spunti di riflessione e soluzioni. I genitori usano spesso due strategie: quella dei divieti e quella dei controlli, ma ne esiste una terza, forse la più diffusa, di ignorare il tutto. Niente di più sbagliato.
Come comportarsi allora con i figli? Non si deve rinunciare all’educazione che, nei confronti dei nuovi media, non deve assolutamente prescindere da una buona padronanza della tecnologia. Solo in questo modo – conoscendo quel terreno che dall’esterno appare così insidioso – i genitori saranno in grado di educare i propri figli, fornendogli qualche “mappa” che li aiuti a comprendere la differenza fra reale e virtuale, il senso del limite e del buongusto, le conseguenze dei propri gesti, la differenza fra uso e abuso.
Il computer non è una baby-sitter al quale affidare incondizionatamente i figli e la presenza dei genitori deve essere percepita, come suggerisce Pelosi nel finale del libro: «Il consiglio è uno e uno solo: dobbiamo avere il coraggio di stare vicino ai nostri figli».
ARGOMENTO SEMPLICE (?)
Un nuovo programma, Windows7, ma ne avevamo davvero bisogno? È necessario spendere da un minimo di
La tecnologia, per nostra fortuna - ma anche per nostra sfortuna -, non si ferma e corre spedita. Si sfornano processori che, seguendo la cosiddetta “legge di Moore”, raddoppiano di potenza ogni 18 mesi, ma siamo arrivati a un punto che di questa potenza non sappiamo quasi che farcene. E per rimanere al passo con l’hardware, si realizzano con cadenza troppo ravvicinata nuovi software e sistemi operativi sempre più pesanti, complessi e sostanzialmente inutili, solo per imbrigliare l’enorme potenza a disposizione.
Ma il problema di sovrabbondanza di risorse – e quello successivo, di trasformare bisogni superflui in bisogni primari - non si ferma ai computer. Pensiamo ai telefonini sempre più complessi, potenti e poco sfruttati o, ancor meglio, al settore video: i produttori vorrebbero farci sostituire videocassette e dvd, per appiopparci i nuovi dischi blu-ray, infarciti di contenuti speciali (alzi la mano chi ne ha mai visto uno) solo per occupare l’enorme spazio che rimane libero sul disco. Oppure pensiamo alla corsa verso la super-definizione degli schermi: escono notizie su nuovi standard (4k o 8k, rispettivamente quattro e otto volte più definiti dell’attuale standard HD), ma nessuno avverte che l’occhio umano ha i suoi limiti visivi e che per apprezzare tutto questo sproposito di pixel sarà necessario avvicinarsi sempre più al televisore). Ma torniamo a Windows7.
Per la stragrande maggioranza di chi usa un computer, che naviga, scrive, archivia fotografie e musica, servirebbe una macchina normale, affidabile e, soprattutto, semplice da usare, non un mostro da migliaia di MB che però è lentissimo perché appesantito da troppe funzioni. Non meraviglia quindi che, negli ultimi rilevamenti di Net Applications, risulti che su oltre due terzi (per l’esattezza, il 71,8%) dei computer in circolazione giri ancora il vecchio Windows XP, il nonno di Windows7 (e il papà di Windows Vista). Perché cambiare quando il vecchio Pc funziona ancora benissimo?
Il modello proposto da Microsoft, che ha avuto uno straordinario successo negli anni scorsi, sembra un po’ in crisi. Siamo entrati nell’era del low cost e del “no frills” (senza fronzoli inutili) e il simbolo del nuovo modello dominante è Google; la sua spartana chiarezza è molto apprezzata e la semplicità sarà alla base anche del nuovo sistema operativo Chrome OS, previsto in uscita il prossimo anno. Vedremo allora se la filosofia di Google metterà definitivamente in crisi quella di Microsoft. Per ora godiamoci le feste di battesimo del nuovo Windows7, le prossime potrebbero non essere più così spettacolari.
ARGOMENTO SEMPLICE (?)
ARGOMENTO SEMPLICE (?)

A un Pippo Baudo che ironizzava sulla sua calvizie, il cantante Enrico Ruggeri rispose, diversi anni fa, con un sarcastico «c’è chi si arrende». Di fronte alla perdita di qualcosa di caro – come nel caso dei capelli di Baudo – c’è sempre qualcuno che non vuole arrendersi, che prova a cercare alternative alla scomparsa di qualcosa cui tiene, anche quando la soluzione appare come una vera missione impossibile.
Anche nella vicenda che stiamo per raccontare - la riapertura di una fabbrica di pellicole istantanee Polaroid - i protagonisti stanno lottando per un sogno irrealizzabile, tanto che loro stessi hanno battezzato l’impresa “Progetto Impossibile”.
Tutti i produttori di apparecchi fotografici sono passati al digitale, chiudendo o riconvertendo i vecchi stabilimenti. Anche Polaroid, la società famosa per le macchine fotografiche in grado di stampare immediatamente una copia dell’immagine, ha seguito questa inevitabile parabola e, nel febbraio dello scorso anno, ha annunciato la cessazione della produzione di pellicole istantanee.

Florian Kaps, un giovane manager austriaco della Lomographic Society (un sito-community per la vendita di pellicole on-line) e grande appassionato di fotografia istantanea, nel giugno 2008 riceve un invito alla festa di chiusura della fabbrica Polaroid di Enschede, in Olanda. Qui conosce André Bosman, il 55enne direttore tecnico incaricato di smantellare l’impianto e lo convince a imbarcarsi nell’impresa di salvare la produzione di pellicole. I due fondano una nuova società, la “Impossibile”, che prende in gestione l’impianto di Enschede e i macchinari sopravvissuti allo smantellamento. Inoltre riassumono una decina di dipendenti, tutti ultracinquantenni, per riuscire entro il 2010, a riprendere la produzione.

Il nome della società non è scelto a caso perché l’impresa pare proprio impossibile: oltre a raccogliere i fondi necessari per riavviare l’impianto (presso amici, parenti, appassionati di fotografia e attraverso il sito www.the-impossible-project.com), i “magnifici dodici” devono re-inventare la pellicola istantanea perché, dei 20 componenti impiegati, alcuni non sono più reperibili o sono diventati troppo onerosi.
Ma se tutto il business legato alla fotografia si sta riposizionando sul digitale, chi mai comprerebbe ancora pellicole per i vecchi apparecchi Instant? Secondo una ricerca commissionata dalla stessa Polaroid, la domanda di pellicole istantanee dovrebbe mantenere uno zoccolo duro di richieste attorno ai 10 milioni annui, dopo il 2010. Alla Impossibile sono invece convinti che in tutto il mondo ci siano ancora 1 miliardo di vecchi - ma funzionanti - apparecchi Polaroid e che nei prossimi dieci anni si potrebbero vendere 100 milioni di pellicole l’anno.
È difficile arrendersi all’inarrestabile progresso tecnologico, ma il fascino della Polaroid, che ha stregato artisti famosi e milioni di appassionati, sembra impossibile che possa morire così presto. Non si sa se la fabbrica di Enschede tornerà in produzione e, soprattutto, se troverà clienti sufficienti per sopravvivere. L’unica cosa certa è che questa storia di passione, coraggio, ostinazione e lucida follia valeva certamente la pena di essere raccontata.PoGo, la nuova Polaroid digitale
Dopo alcune vicissitudini economiche, Polaroid affronta oggi la sfida digitale con una nuova macchina fotografica instant, denominata PoGo, attesa in Italia in questi ultimi mesi dell’anno. La dotazione tecnologica della PoGo è alquanto modesta (sensore da 5 Megapixel, zoom digitale 4x, display da 3 pollici), ma anche la vecchia Polaroid era poco più che un giocattolo. Rimane l’elemento di unicità, cioè la possibilità di ottenere subito una copia dell’immagine. Grazie alla tecnologia Zink, in soli 60 secondi si può avere una stampa 10x15 dell’immagine scattata; non sono necessarie cartucce di inchiostro, ma si deve soltanto utilizzare la carta fotografica Zink, da inserire all’interno dell’apparecchio. Le foto si possono salvare su scheda di memoria SD, anche se gli appassionati delle Polaroid storceranno il naso di fronte a questa novità, perché il bello dei vecchi modelli era proprio quello di ottenere un originale unico dello scatto. Il prezzo della PoGo dovrebbe aggirarsi attorno ai 260 euro.
Oltre al già citato www.the-impossible-project.com, per seguire le evoluzioni dell’impresa di Kaps e Bosman, sono migliaia i siti dedicati alle Polaroid, alcuni dei quali – come www.savepolaroid.com – si sono attivati per protestare contro la cessazione della produzione di pellicole istantanee. Fra i più curiosi segnaliamo www.thedailypolaroid.com, del blogger americano Camden Hardy, che dall’agosto 2008 si è ripromesso di scattare e postare sul sito una polaroid ogni giorno fino a quando saranno reperibili le pellicole. L’ultima segnalazione è per www.rollip.com, il sito attraverso il quale è possibile dare alle nostre foto – in pochi e semplici passaggi – l’aspetto di una Polaroid.
ARGOMENTO SEMPLICE (?)
Fra i nuovi libri in uscita non mancano i saggi tecno-scettici, che stroncano la rivoluzione introdotta dal Web, seminando dubbi sulla sua effettiva utilità. Di solito si tratta di pamphlet scritti “dall’esterno”, cioè da persone che non conoscono la tecnologia ma ne osservano preoccupati le conseguenze sulla società. 