Torniamo nuovamente a occuparci di Sms, sollecitati da alcuni lettori che hanno chiesto chiarimenti; inoltre è rimasta in sospeso una questione che dovrebbe essere affrontata e risolta dall’Autorità garante per le comunicazioni (Agcom).ARGOMENTO COMPLESSO (?)
Dopo l’acquisto della divisione italiana di Tele2, c’era da scommettere su uno sbarco di Vodafone nel mercato della banda larga su rete fissa. E così è stato. In questi giorni è partita la campagna che pubblicizza la nuova offerta Adsl, con la solita Ilary Blasi che stavolta cambia partner (entra Flavio Insinna, esce Gennaro Gattuso). Chiave di volta della nuova promozione è la Station, un dispositivo multifunzione che incorpora un modem Adsl (2+), un router Wi-fi e due porte Usb in grado di accogliere una chiavetta Internet Key, compresa nell’offerta, per connettersi alla rete Hsdpa/Umts. Le informazioni di carattere personale hanno un grande valore in Internet e vanno salvaguardate. È bene conoscere i pericoli e le (poche) garanzie.
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«Siamo cresciuti nei nostri primi dieci anni di Internet pensando alla Rete come a una bacheca nell’atrio di un grande luogo pubblico. È forse ora di iniziare a convincersi che si tratta invece di una parte liberamente accessibile della nostra privatissima casa». L’ammissione di uno dei più acuti conoscitori della Rete, Massimo Mantellini, è un invito a prendere coscienza, senza facili allarmismi, di un problema virtuale ma reale: la privacy in Internet. I diritti in ambito digitale sono poco percepiti dagli utenti del Web che, purtroppo, ne comprendono l’importanza quando ormai è troppo tardi o solo nel momento in cui questi principi vengono violati.
I pericoli per la riservatezza dipendono principalmente dalla relativa facilità con cui i dati possono essere raccolti o intercettati attraverso
Alcune pericolose limitazioni all’esercizio dei propri diritti – privacy in testa – arrivano oltretutto da misure volte a proteggere altri principi, come quelle a tutela della proprietà intellettuale; addirittura si è giunti a promulgare leggi che immolano la riservatezza degli utenti sull’altare della sicurezza (un sacrificio inutile e dannoso).
Gli utenti della Rete devono imparare a salvaguardare la propria identità digitale, che tende – con il tempo e con l’uso sempre più intenso del Web – a dilatarsi in diversi ambiti. Un’attenzione particolare andrebbe dedicata all’utilizzo delle comunità sociali (i social network come Facebook o MySpace), oggi molto in voga tra i giovani, nei quali si inseriscono troppe informazioni personali o materiali che in futuro potrebbe causare qualche danno alla reputazione; questi dati sono di difficile – se non impossibile – cancellazione. Mettere troppe informazioni in Rete può avere delle ripercussioni negative, perché sono consultabili da chiunque.
La “net-reputation” è importante. Non va mai dimenticato che tutto ciò che è in Rete rimane e rende pubblica un’immagine, talvolta distorta, di noi. Il Garante per la privacy, Francesco Pizzetti, in occasione della Giornata europea della protezione dei dati personali (28 gennaio), ha messo in guardia i giovanissimi dai rischi di un uso sconsiderato dei network sociali: «fai attenzione a quell’informazione che rendi nota per fare invidia magari al tuo compagno di scuola perché, fra dieci o quindici anni, la stessa informazione potrà essere usata quando non vorresti più che fosse conosciuta».
Lo stesso Garante ha emanato di recente una direttiva per imporre ai fornitori di accesso alla Rete la cancellazione dei contenuti di traffico, che non possono essere utilizzati nemmeno per fini di giustizia. Si tratta di informazioni molto delicate, perché «consentono di ricostruire relazioni personali e sociali, convinzioni religiose, orientamenti politici, abitudini sessuali e stato di salute».
Molti non sono purtroppo a conoscenza che alcuni servizi gratuiti, largamente usati in Rete, come i motori di ricerca, raccolgono e conservano per diverso tempo (dai 12 ai 18 mesi, anche se ne sarebbero sufficienti solo sei) le informazioni sulle pagine richieste e visitate dagli utenti: una merce preziosa, dal punto di vista pubblicitario. Questi dati ripagano i costi di gestione e sono necessari al miglioramento dell’efficienza e della sicurezza dei servizi offerti dai motori; la nota negativa è una generale mancanza di trasparenza nei confronti degli utenti, che dovrebbero essere meglio informati sull’uso che viene fatto dei loro dati.
Per evitare intrusioni (o veri e propri danni) alla propria sfera privata occorre, allora, una nuova consapevolezza che accompagni e, a volte, ridimensioni i facili entusiasmi con i quali si tende a utilizzare Internet e tutte le nuove tecnologie del nostro quotidiano. Meglio mantenere sempre una buona dose di riservatezza, sia off-line e sia on-line.
Senza motivi apparenti è stato prorogato di un anno un controllo telematico che non ha eguali in Europa.
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Per “data-retention” s’intende la raccolta automatizzata di dati per eventuali fini investigativi. Nel luglio 2005, sull’onda emotiva di paura causata dagli attentati di Londra, fu approvato un pacchetto di misure – il decreto Pisanu, dal nome dell’allora ministro dell’Interno – per esigenze di contrasto al terrorismo internazionale. Il d.l. 144/07, convertito subito in legge, prevedeva l’obbligo di conservare i dati di traffico telefonico dei 48 mesi precedenti e di quello telematico (12 mesi) fino al 31 dicembre
Il Garante proibisce il monitoraggio sistematico del traffico Web da parte di soggetti privati. La privacy prevale sul diritto d’autore.
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Ogni dispositivo collegato in Rete è contraddistinto univocamente da un numero, l’indirizzo Ip. Questo sistema permette il transito veloce e ordinato di tutti i dati, che partono dall’indirizzo Ip di origine della pagina dove risiedono, verso l’indirizzo Ip di colui che li ha richiesti. Ai titolari di un abbonamento per l’accesso al Web, viene generalmente assegnato un recapito fisso ed è teoricamente possibile risalire alla persona che ha scaricato un determinato file.
Alcuni programmi sono in grado di monitorare il traffico di alcune applicazioni e conoscere gli indirizzi Ip di destinazione. Attraverso una società informatica svizzera che ha utilizzato questi software, la casa discografica Peppermint ha svolto un monitoraggio delle reti P2P (dove si scambiano file di ogni genere), individuando 5.000 utenti responsabili di scambio illegale di canzoni. Ognuno di essi ha ricevuto una lettera contenente una richiesta di 330 euro per non essere citati in tribunale. Il Garante per la privacy è però intervenuto, aprendo un’istruttoria conclusasi con la dichiarazione che le società private non possono svolgere attività di monitoraggio sistematico per individuare utenti colpevoli di infrangere leggi sul diritto d’autore. L’Authority ha quindi ordinato la cancellazione dei dati degli utenti.
Nello scontro fra due diritti – in questo caso contrapposti – la protezione della privacy ha avuto ragione del diritto d’autore, ma il caso non finisce qui perché le associazioni di autori stanno facendo fortissime pressioni per ottenere dai provider i nomi di chi scarica illegalmente e il caso è finito addirittura davanti alla Corte di giustizia europea. Il verdetto è stato salomonico: in assenza di normative specifiche dei singoli Stati, i dati personali degli utenti possono essere rivelati solo nei procedimenti penali. Più che salomonica, pare una decisione “pilatesca”, perché scarica la questione ai legislatori nazionali.